Dicembre 2016, questo Blog veniva chiuso, sigillato, impacchettato e consegnato alla piccola storia dell’Internet. Nel riportarlo alla Luce ho riletto gli ultimi post: una istantanea ferma a 7 anni fa. Riviviamola insieme.

Nell’ultimo Autunno di IFG il Motorsport mondiale aveva restituito i suoi verdetti.

Nico Rosberg vinceva un incredibile Mondiale di Formula 1 al volante della Mercedes, battendo il tre volte Campione del Mondo Lewis Hamilton, suo compagno di squadra.

Rosberg decise che la Mercedes F1 W07 Hybrid sarebbe stata l’ultima monoposto che avrebbe guidato in Carriera.

Nico Rosberg festeggia il Titolo al termine del Gran Premio di Abu Dhabi.

Aveva raggiunto l’obiettivo di una vita contro un avversario per sua stessa ammissione più talentuoso. E che ancora faceva il barbecue.

Annunciò il proprio ritiro il 2 Dicembre del 2016, quattro giorni prima del “ritiro” di IN FULL GEAR, cinque giorni prima delle dimissioni del Governo Renzi. Nico non avrebbe difeso il Titolo nel Mondiale F1 2017, noi non lo avremmo raccontato.

In quel F1 2016 al volante della Ferrari SF16-H c’erano stati Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen. I due campioni del Mondo non colsero nè vittorie nè Pole, ma solo 4 Giri Veloci e 11 Podi complessivi. Ben presto la Scuderia fece capire alla Stampa che l’anno buono sarebbe stato il successivo. Di nuovo.

Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen, piloti Scuderia Ferrari 2016.

La Mercedes dominava in lungo e in largo l’epoca Power Unit. Senza Rosberg e senza la lotta all’interno del box della Stella, avremmo assistito ad una noia mortale, che si è infatti materializzata nelle stagioni seguenti.

Gli unici che sembravano poter minare sul medio-lungo termine l’egemonia anglo-tedesca erano, al solito, quelli della Red Bull Racing. La PU della RB12 era marchiata Tag-Heuer per via dei clamorosi litigi tra Helmut Marko e i vertici del motorista Renault.

Il motore Renault non era più all’altezza delle ambizioni della Red Bull. A Milton Keynes sapevano fare tutto bene e sapevano ottenere il massimo con il pacchetto a disposizione, ma il motore Mercedes era un’altra categoria rispetto a ciò che, loro malgrado, dovevano montare alle spalle dei loro piloti, incastonato nelle sublimi monoposto nate dalla matita di Adrian Newey.

Le speculazioni sul futuro motorista si sprecavano. A quei tempi, la McLaren era tornata con Honda e Fernando Alonso si era trovato nell’ennesimo purgatorio dorato. Un disastro epocale. L’abbinata McLaren-Honda, dopo aver stimolato i pensieri reconditi dei più nostalgici, a stento riusciva a finire i GP e, anche quando funzionava, risultava essere un GP2 Engine.

Il lungo inverno che la Leggendaria Scuderia di Woking sta vivendo passa anche da quel triennio. Dal successivo divorzio nacque l’accordo che portò, anni più tardi, la Red Bull ad una nuova egemonia. Con il fu GP2 Engine.

Daniel Ricciardo aveva come compagno Max Verstappen, promosso in fretta e furia durante l’anno al posto di Daniil Kvyat, detto anche il Russo di Roma. Una delle tante operazioni non senza “spargimenti di sangue” alle quali gli austriaci del Buckinghamshire ci avevano abituati. Ma ancora una volta vincente.

Max Verstappen al volante della Red Bull RB12 con cui vincerà all’esordio.

Talento precoce pazzesco, Max, vincitore del Gran Premio di Spagna, a Barcellona, a soli 18 anni, 7 mesi e 15 giorni. Per darvi la dimensione di ciò che fece: Charles Leclerc, anche lui considerato tra i più forti della sua generazione, vinceva nello stesso anno il Campionato… Sì, ma GP3!

Ricordiamo anche che a Sochi si correva il Gran Premio di Russia, Vladimir Putin stringeva mani e consegnava colbacchi sul Podio e in Donbass e Crimea si combatteva già da quasi tre anni.

Lewis Hamilton premiato da Vladimir Putin, GP Russia F1 2015.

Bernie Ecclestone era ancora al timone della Formula 1. Avrebbe abdicato di lì a poco in favore di Chase Carey e Liberty Media. IFG non ha fatto in tempo a vedere la F1 Americana in salsa Netflix anche se sì, lo so, qualcuno avrebbe voluto viverla con il nostro caustico commento.

Nel paddock giravano le Ombrelline con i loro bei pacchetti di aggiornamenti ma non tirava una bella aria: sapevamo che da lì a poco si sarebbe stati bannati per certe annotazioni.

In MotoGP, Marc Marquez era il fresco Campione del Mondo in sella alla Honda RC213V. Lo spagnolo vinceva il suo Quinto Mondiale, il terzo in quattro anni, in una Stagione che fece seguito a quel 2015 di cui ancora oggi si parla e che ci lasciò con tanta amarezza.

Se Marquez (23 anni) era il pilota più forte del Mondo e la discussione era chi fosse il talento più puro tra lui e Casey Stoner e quanto tempo avrebbe messo per raggiungere il Nono Titolo, Valentino Rossi (37 anni) piazzava i suoi ultimi colpi di classe in sella alla Yamaha.

Del ritiro del Numero 46 ancora non si parlava, in quell’Autunno del 2016. Se ne parlava con più insistenza gli anni prima, paradossalmente. Valentino poteva ancora stare lì in mezzo e ad un ottimo livello.

I numeri di Marc Marquez al termine del Gran Premio del Giappone 2016. (Honda HRC)

Nella Classe Regina del Motomondiale correvano Marquez, Rossi, Pedrosa, Lorenzo.

I Fantastici 4. Che qualcuno, oggi, vorrebbe riproporre ma in vitro.

La gara era una ed inserita nella sacralità della Domenica. A parte Assen, dove ancora si correva il Sabato. Cattedrale che è stata profanata. Ma è la modernità, bellezza.

I problemi in MotoGP c’erano eccome, ma tutti avevamo l’idea che il pilota facesse la differenza e non vincesse necessariamente la motocicletta migliore.

Uscendo dal nostro consesso, di quell’estate ricordo altri due eventi molto diversi ma segnanti: il 23 Giugno 2016 i britannici decisero di lasciare l’Unione Europea a seguito del Referendum sulla Brexit.

Esattamente due mesi più tardi, nella notte del 24 Agosto 2016, un nuovo terremoto scosse l’Appennino centrale, con epicentro ad Accumoli (RI), radendo al suolo interi borghi e centri abitati e causando 299 vittime. Una nuova dilaniante ferita per una terra stupenda che ho avuto modo di visitare più volte, prima e dopo, l’ultima volta nell’agosto del 2022.

Un pensiero prima di tornare a noi, a quell’estate.

La Ducati, nel GP d’Austria, centrò la sua prima vittoria con il 27enne Andrea Iannone.

Il pilota, peraltro abruzzese, chiuse davanti ad Andrea Dovizioso e regalò a Ducati la prima vittoria in MotoGP a sei anni di distanza dall’epopea di Casey Stoner. Iannone aveva da poco firmato come ufficiale Suzuki per il biennio successivo e sembrava in rampa di lancio.

Andrea Iannone festeggia la vittoria del GP d’Austria 2016 a Spielberg.

La Casa di Borgo Panigale vedeva la luce dopo anni bui, ma i giapponesi erano ancora di un altro pianeta. La Rossa GP16 sfoggiava delle particolari appendici aerodinamiche su cupolino e carena e se la giocava con la Suzuki, condotta da un giovanissimo Maverick Vinales, vincitore anche lui di un Grand Prix a Silverstone.

C’erano circuiti in cui la Ducati sembrava avere qualcosa di speciale, si diceva mancasse il Pilota. Quello che ti fa vincere il Mondiale. In altre piste, infatti, poteva essere relegata al ruolo di quarta forza.

La Ducati GP16, moto che riportò alla vittoria la Casa di Borgo Panigale in MotoGP dopo 6 anni di delusioni.

Il 13 Novembre a Valencia Jorge Lorenzo salutava la Yamaha YZR-M1 vincendo l’ultimo Grand Prix dell’anno. In poche ore si sarebbe tolto la tuta blu per indossare quella rossa della Ducati. Una sfida difficile e affascinante, ma che non avrebbe portato il Titolo in Italia.

Anche lui inizierà a vincere dopo il divorzio. Forse con un anno in più a disposizione… Ma sono solo ipotesi, congetture, e non è questo il momento.

Piazzo un altro excursus. Cinque giorni prima, negli Stati Uniti, Donald Trump vinceva a sorpresa le Elezioni Presidenziali Americane divenendo il 45° Presidente U.S.A.

Ma se Trump si prendeva la Casa Bianca, in MotoGP i Team Clienti raccoglievano quel che rimaneva, la certezza era che le Case ufficiali avessero i piloti migliori e che questi facessero la differenza. Per questo le due vittorie di Cal Crutchlow con i colori del Team Honda LCR, sia pur con trattamento Factory, furono qualcosa di epico, non banale. In effetti è passato un po’ di tempo.

In Moto2 trionfò Johann Zarco, al secondo titolo di Classe consecutivo, dato che il francese era rimasto su quei mezzi prototipi motorizzati Honda dopo la vittoria iridata del 2015, aspettando la giusta opportunità in MotoGP. Scelta rischiosa per tanti motivi, ma che si rivelò vincente.

Enea Bastianini con la Honda Moto3 del Team Gresini. (Gresini Racing)

In Moto3 c’era tanto dell’attuale MotoGP: il Campione 2016 fu Brad Binder (KTM), dominatore totale davanti ad Enea Bastianini e Jorge Navarro, entrambi Honda. Quarto Francesco “Pecco” Bagnaia, quinto Joan Mir, sesto Fabio Di Giannantonio. Quell’anno in griglia erano presenti anche altri nomi ancor più pesanti, stiamo parlando dei giovanissimi Fabio Quartararo e Jorge Martin.

Nel 2016 cominciò e terminò la produzione della Honda RC 213 V-S, una replica stradale abbastanza fedele della MotoGP. Sembra che ne siano stati realizzati 213 esemplari, venduti al prezzo stellare di 188.000 euro.

La Honda RC 213V-S, versione stradale del prototipo MotoGP. (Honda HRC)

Già. E rileggendo l’Archivio, a proposito di Honda, mi è venuto un sussulto nel leggere Nicky Hayden. Kentucky Kid! Uno dei miei piloti preferiti da ragazzino.

Hayden in quel 2016 aveva concluso il suo primo Mondiale Superbike, dove era approdato al termine della Carriera in MotoGP. Si diceva che Honda avrebbe finalmente preso sul serio il WorldSBK grazie al ritorno tra le sue fila del Campione del Mondo.

Nicky Hayden, sotto alla pioggia di Sepang, coglie la sua prima ed unica vittoria in SBK (WorldSBK.com)

Lo Statunitense iniziò sottotono la Stagione. Poi vinse una Gara a Sepang, colse qualche Podio, fece quel che poteva con quella moto essendo, la CBR SBK, un cancellone. Ma chiuse 5° alle spalle del giovane Michael Vd Mark, in sella all’altra Honda, autore di un avvio di campionato più convincente.

Lì davanti a trionfare fu Johnny Rea su Kawasaki, che dalla Honda era arrivato nel 2015. Johnny timbrava il secondo Mondiale. Dietro di lui Sykes, con l’altra Ninja. Terzo Davies con una Ducati che faticava. La Panigale era una moto bella ma incostante nei momenti decisivi, assolutamente non vincente, e per Borgo Panigale in SBK l’ultimo titolo risaliva a Carlos Checa ed al Team Althea (2011), non Factory.

In quel Mondiale 2016 ricordo anche Leon Camier con la MV Agusta (griffata AMG in virtù di partnership finanziarie e i soliti problemi di budget e sostenibilità economica del glorioso Marchio di Schiranna), e le BMW che al solito prendevano sberle.

Johnny Rea tallonato da Tom Sykes (Kawasaki Racing). WorldSBK.com

Eppure il ricordo non può essere che per Nicky Hayden. Già, perchè ci avrebbe lasciati il 22 Maggio del 2017.

Tornando alle quattro ruote, il Mondiale WRC 2016 andò a Sebastien Ogier, navigato da Julien Ingrassia, e al Volkswagen Motorsport Team. La Polo R WRC era l’auto di riferimento.

Alle sue spalle la Hyundai i20 WRC, con Thierry Neuville. I tagli legati allo “scandalo” del Diesel Gate non si erano ancora abbattuti su Volkswagen Motorsport e sulle sue due squadre Factory e non immaginavamo che avremmo visto tanto presto delle WRC con le pile.

Sebastian Ogier (Volkswagen Motorsport), Campione del Mondo WRC 2016, durante il Rally di Montecarlo. (fia.com)

Del resto per i tedeschi erano anni in cui le cose andavano a gonfie vele: nel FIA WEC il Gruppo Volkswagen aveva due Costruttori, Porsche e Audi.

Torniamo a quell’Estate e a Le Mans dove, il 18-19 Giugno, ad avere la meglio era stata la Porsche 919 Hybrid numero 2 di Dumas, Jani e Lieb.

Il Circuit de la Sarthe fu teatro di uno dei drammi sportivi più incredibili del decennio. La Toyota sembrava averla portata a casa, quella 24 Ore. Mancavano 3 minuti e 25 secondi allo scattare della 24esima ora. Fu in quel preciso istante che la Toyota TS050 Hybrid prima rallentò, poi si fermò. Al volante c’era Kazuki Nakajima.

Un giapponese. Un dramma tutto giapponese, condiviso con Sebastien Buemi ed Anthony Davidson.

Fu così vittoria Porsche, la 18esima nella storia della Casa di Stoccarda. Seconda la Toyota superstite di Sarrazin, Conway e Kobayashi. Terza l’Audi R18 di Di Grassi, Duval e Jarvis.

Ci domandavamo se Toyota avrebbe potuto riscattarsi facilmente o se fossimo stati davanti ad una nuova maledizione.

Per Sergio Marchionne, AD Ferrari e Deus Ex Machina al quale gli Elkann avevano affidato il Gruppo FCA, la 24 Ore di Le Mans era qualcosa di epico e che stuzzicava i suoi ricordi di bambino, diceva il Supermanager, la cui leadership era più che mai solida. Vedere una Rossa in LMP1? Fantascienza, in quel 2016.

Sergio Marchionne (AD Ferrari) con Maurizio Arrivabene e Mattia Binotto, Monza 2017 (Credit Foto Getty Images)

Ma torniamo alle moto e alle pazze Road Races.

Al Tourist Trophy del 2016 s’accendeva l’epica battaglia tra Michael Dunlop e Ian Hutchinson. Due vittorie per il nordirlandese di Ballymoney, nella Superbike e nel Senior.

Per Hutchy i successi in Superstock e nelle due gare Supersport. Quell’anno, nel TT Zero salì sul podio William Dunlop, fratello di Michael. William sarebbe scomparso nell’estate 2018 in seguito ad un incidente durante le qualifiche della Skerries 100, un road race minore in Irlanda.

Michael, fratello minore, al TT 2016 aveva conquistato le vittorie numero 12 e 13 sul circuito del Mountain. Nemmeno un mese fa, nel corso dell’edizione 2023, è arrivato a 25, e il prossimo anno proverà ad eguagliare il record assoluto appartenente a suo zio Joey.

Su IFG avevamo seguito anche il Mondiale Motocross MXGP. Non erano solamente i tempi di Tony Cairoli, ma anche dei giovani Leoni che iniziavano a infliggere qualche colpo micidiale al fenomeno siciliano.

Nel MXGP del 2016 l’attuale 5 volte iridato Tim Gajser vinceva il suo secondo titolo in carriera, il primo nella classe Regina e nell’anno del debutto, regolando nientemeno che, appunto, Antonio Cairoli.

Il giovane sloveno avrebbe negli anni a venire dimostrato che quel titolo non era arrivato per caso.

Fu di nuovo Campione nel 2019, 2020 e 2022, arrivando a giocarsela ad armi pari con un predestinato come Jeffrey Herlings, fino a poco prima considerato nettamente più veloce e talentuoso.

Tornando all’Automobilismo, erano gli ultimi anni di un interlocutorio WTCC, il Mondiale Turismo, manifestazione ormai in declino e che l’anno successivo si sarebbe fusa con la più fresca TCR Series. Il WTCC fu il primo Mondiale che ebbi occasione di seguire come Media Accreditato, se non ricordo male.

Del resto faceva tappa fissa a Monza, a due passi da casa. Nel bene e nel male la tappa brianzola era un must, anche se l’appeal del Campionato era ormai nullo data l’egemonia del singolo ufficiale di turno e le vetture, veramente poche in griglia, non avevano gran fascino.

Ricordo che stravedevo per le vecchie BMW 320 TC affidate ai team privati, purtroppo dei birilli rispetto alle orripilanti Chevrolet ufficiali. Questione di trattamento e Regolamenti.

La BMW 320 TC E90 del team Engstler Motorsport, WTCC 2014, guidata dal titolare Franz Engstler. (©fiawtcc.com)

Nel 2016 il Campione fu l’argentino José María López con la Citroën C-Elysée WTCC, davanti ad una Leggenda della Serie, Yvan Muller, sempre Citroen. A proposito di Leggende, c’era ancora in griglia Gabriele Tarquini, che affrontò la Stagione iridata con la Lada Vesta WTCC e i colori del team russo ufficiale Lada Sport Rosneft.

E di nuovo moto: Dakar. Per ragioni cronologiche fu il primo evento del 2016. Per questo motivo lo lasciamo per ultimo, perchè siamo fatti così.

Nella Classe Moto vinse il giovane Toby Price in sella alla KTM, in una edizione che vedeva la Honda HRC tra i favoriti anche grazie a grandi nomi quali John Barreda e Paulo Gonçalves.

Paulo, secondo classificato nel 2015, ci lascerà quattro anni più tardi: il Rally Raid si era spostato in Arabia Saudita e un incidente nel corso della settima tappa dell’edizione 2020 gli fu fatale.

Tra le auto vinse il leggendario Stephane Peterhansel con il prototipo allestito da Peugeot, la 2008 DKR ufficiale, davanti al campione uscente Nasser Al-Attiyah su MINI ALL4 Racing. I francesi avevano debuttato un anno prima con molte difficoltà, ma l’anno successivo sarebbero dunque riusciti a cogliere l’importante sigillo.

Stephane Peterhansel con la Peugeot 2008 DKR – ASO/ @World/A VIALATTE

Questo fu quel 2016. Qualcosa di importante è stato sicuramente lasciato per strada, perdonatemi! Ma il post nasce di getto e non era previsto. I lettori perdoneranno anche un po’ di ruggine ma erano, appunto, 7 anni che non scrivevo altro che non fossero e-mail.

Se avete qualche aneddoto, qualche ricordo, qualche fatto di quel 2016 che vi è rimasto impresso. Qualcosa che all’epoca davate per scontato e che poi non lo è stato. Qualcosa che prima c’era e oggi non c’è più, e viceversa.

Parliamoci chiaro, questa non vuole essere una Apologia del tempo che fu. Se 7 anni fa decisi di chiudere questa esperienza era anche perchè il solco che ci ha portato ad oggi era da tempo tracciato.

Arrivai a fine anno per senso del dovere e con una qualità che, unitamente alla passione, andava via via scemando. Magari ci sarà modo di parlarne in un’altra occasione.

Credo saremo ormai tra pochi intimi a frequentare questi Lidi dopo 7 anni e in un’epoca in cui nessuno legge più niente.

Ma sarebbe piacevole avere la vostra opinione, rispetto a ciò che è accaduto dopo. Potete contribuire qui sotto nel box commenti.

Commenti

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2 Comments

  1. Caro Balco,
    perdona la mia confidenza e il fatto che usi il “tu” senza conoscerci, ma come capirai dal seguito non mi risulti un vero sconosciuto.
    Questa sera, con mia grande sorpresa, è comparso il titolo di questo articolo nel mio feed RSS: pensavo a un malfunzionamento internettiano o robe simili ma evidentemente mi sono sbagliato. Non ho ho mai cancellato questo feed (mi dicevo “peccato, chissà in futuro…”) e l’ho sempre tenuto insieme a quello di un altro nel gruppo dei siti italiani di motorsport che hanno qualcosa da dire, per i quali originalità, passione e affidabilità non sono delle parole vuote per aumentare il numero di caratteri di una bio.
    Non ti conosco personalmente ma dai miei ricordi di INFULLGEAR mi sei sempre sembrato una persona sinceramente pazza d’amore per questa passione, intelligente, fermo e sincero nelle tue opinioni, un “hombre vertical” come direbbe un ispanofono.
    Credo di condividere con te una certa idea del mondo dei Motori: non lustrini, copertine patinate, addetto stampa che controlla che tu non dica qualcosa di originale davanti alla telecamera, km di test simulati solo al computer, persone celebrate come eroi il giorno prima e dichiarate bollite il giorno dopo inseguendo solo il pubblico sulle onde della borsa dei social, dove la platea è composta da tanta gente che non sa nient’altro che sputare un giudizio, ma non ha una cultura tecnica, sportiva, non si è mai fatta anni di domeniche dove la santa messa incominciava alle 14 e la gara si guardava per intero anche se era scontata e dominata da una sola macchina o anche se Valentino finiva per terra dopo qualche giro.

    Oggi, leggendo questo bellissimo “dove eravamo rimasti” del 2016, un anno che fino a mezzora fa avrei sentito ancora vicino ma che (ri)scopro lontanissimo, dove il mondo (non solo motoristico) appare quasi diametralmente opposto a quello in cui stiamo vivendo e complice anche il fatto che in queste ore aggiungo una tacca in più sul conto dei miei anni, mi si è aperta una sorta di connessione temporale fra il passato e il presente, sento che il tempo è passato e ne è passato tanto. E mi dispiace che qualcosa non sia andato come avrei voluto, di non poter più riprovare certe sensazioni o di non rivivere certi ricordi, ma sono felice di esserci stato e mi tengo tutti momenti belli e le soddisfazioni che ci sono state.

    Non so se questo tuo ritorno sarà sporadico o se riprenderai a raccontare quotidianamente il motorsport, ma volevo salutarti con un “bentornato a casa” da parte di uno che nella passione, nella serietà e nelle persone giuste ci crede sempre.

    Marco P.

    (colonna sonora di questi minuti: Tosca – Ho amato tutto)

    1. Ciao Marco, ti ringrazio per aver impegnato il tuo tempo per scrivermi questo bel messaggio.

      E’ passato tanto tempo e, ti dico la verità, amo molto più di prima quello che faccio proprio perchè lo faccio nel cosiddetto “anonimato”. Quando c’è da vedere le corse o correre in pista lo faccio da appassionato. Quando mi capita di doverlo fare per lavoro sono un professionista, ma senza marchette o prostituzione intellettuale. Sembra una sciocchezza detto oggi, ma nel 2015 ero stato ospite della Lotus in F1 come ”blogger”, oggi sono in F1 come Fornitore e, per mille motivi, sono più felice oggi. 🙂

      Dopo 7 anni sono sicuro di aver preso la decisione giusta, ho creato qualcosa di più grande di IN FULL GEAR, certo senza i lustrini e senza le luci della ribalta, ma quelle cose non mi sono mai interessate.

      Oggi paradossalmente IFG potrebbe essere ancora più schietto di prima proprio per questo motivo. Sono una persona adulta, con le spalle più larghe e non devo certo pensare di campare con il Blog, mentre all’epoca era l’attività principale ed è stata chiusa anche per questo motivo: era impossibile lavorare in questo settore come Media senza accettare dei compromessi per me irricevibili.

      Però sono passati tanti anni e il valore che ho deciso di dare al tempo è molto diverso. IFG potrebbe tornare? Sicuramente non potrebbe mai tornare l’INFULLGEAR del 2012-2016, e meno male. Sarebbe grottesco. Tutto è cambiato e sono cambiato anche io.

      Potrei fare qualcosa di diverso? Quello sì.

      Intanto il Sito è e sarà On Line. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

      Tu mantieni il Feed attivo. Non sapevo nemmeno funzionasse ancora! 🙂

      Un abbraccio.

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