Hell’s Gate 2015. Nella tenuta toscana del Ciocco, Sabato 14 Febbraio, è andata in scena la gara di fuoristrada più estrema che si sia mai vista in Italia.
Dei risultati vi abbiamo già parlato, quindi sono qui per raccontarvi cosa Hell’s Gate sia veramente stata quest’anno.
Sulla carta, la giornata sarebbe dovuta iniziare con la consueta gara di enduro tradizionale, dura, sì, ma alla portata di una discreta parte degli iscritti, tra quelli più preparati e decisi.
In effetti, gli anni scorsi era andata quasi così. Nel 2014 gli iscritti erano stati 124, a terminare la fase di qualificazione c’erano riusciti in 45. Poco più di un terzo. Non molti, ma almeno più del numero degli ammessi alla corsa pomeridiana, trenta.
Questa volta no. Già venerdì sera era chiaro che le cose non sarebbero filate così lisce. In direzione gara era stato appeso il foglio con stampati il numero dei giri da percorrere e i tempi da rispettare ai Controlli Orari.
Cinque passaggi invece che quattro, orari imposti che più tirati non avrebbero potuto essere.
Con la paura nel cuore, sono stati 112 i temerari che hanno preso il via sabato mattina. I primi tre alle 7:00, ben prima del sorgere del sole. Graham Jarvis, Jonny Walker, Andreas Lettenbichler.
Da subito è stato chiaro che più che una gara di enduro, nel senso moderno del termine, sarebbe stata una gara di regolarità. Decisa non dai tempi fatti registrare in speciale, ma dalle penalità accumulate ai controlli orari.
Dopo il primo giro i ritirati si contavano a suon di dozzine. Non tanto per la difficoltà del percorso, comunque molto impegnativo, proprio per i minuti pagati, che hanno fatto segnare un mare di Fuori Tempo Massimo.
Tanti piloti che ambivano a qualificarsi per il pomeriggio sono stati fatti fuori così, quando magari ancora avevano nelle braccia e nella testa la forza per continuare a lottare con un tracciato davvero difficile, reso infido da una costante pioggia che non ha dato tregua nemmeno per un momento.
I sopravvissuti alla prima parte del massacro non si potevano contare sulle dita di due mani, ma poco ci mancava. Dei 112 partiti, in quattordici sono arrivati in fondo. E il regolamento prevede che siano i primi trenta ad accedere alla vera Hell’s Gate.
A questo punto una riflessione sorge spontanea. Va bene tornare alla vecchia regolarità, alle gare dure che si decidano nei trasferimenti e non solo in speciale, va bene mettere in piedi una corsa estremamente selettiva, ma qui si è andati un po’ oltre.
Perché quando nessuno, e sottolineo nessuno, dei piloti riesce a rispettare il tempo imposto, forse si è esagerato.
Graham Jarvis e Jonny Walker hanno pagato rispettivamente dieci e venti minuti di penalità. Sono i due più forti piloti al mondo quando si parla di enduro estremo. Se non sono riusciti loro a portare la moto in parco chiuso “a zero”, come si poteva pensare che ci sarebbe riuscito qualcun altro?
A spuntarla, alla fine, è stato il bravissimo spagnolo Mario Roman, che ha accumulato solo, si fa per dire, otto minuti di ritardo.
Per carità, i piloti possono accettare di giocarsi la gara in questo modo, alcuni lo preferiscono anche, ma quando questa scuola di pensiero porta novantotto di loro a veder frustrate in modo insormontabile tutte le fatiche e i sacrifici compiuti nei mesi precedenti la manifestazione, allora bisogna riconoscere che l’organizzazione, con le bastardate, si è spinta troppo in là.
Tutto questo senza considerare alcune divagazioni del percorso, che oso definire inutili. Come i primi cento metri della prova in linea, letteralmente allagati, con ben oltre mezzo metro d’acqua a nascondere pietre, buche ed altri ostacoli potenzialmente letali per le moto.
Vedere poi la griglia di partenza della corsa serale ridotta all’osso, con meno della metà delle caselle in stile GP occupate, metteva un po’ di tristezza.
A rimetterci in tutto ciò è stato anche il pubblico.
L’enduro estremo è nato anche per avvicinare la gente alla disciplina. Centinaia di persone che non saprebbero apprezzare il gesto tecnico di una curva in fettucciato perfettamente eseguita, facilmente si esaltano di fronte ad ostacoli trialistici affrontati in modo impeccabile, o in modo rovinoso.
Il risultato della strage operata da Fabio Fasola e dai suoi uomini è stata una Hell’s Gate mutilata. Durante il pomeriggio, chi ha avuto il coraggio di sfidare gli elementi ed incamminarsi in mezzo a fango e acqua gelida si è ritrovato ad assistere al passaggio di pochissimi piloti, e a dover poi aspettare un’ora per la tornata seguente.

Non fosse bastata la pioggia, il freddo ci ha messo del suo e ha trasformato le gocce che cadevano dal cielo in grossi e pesanti fiocchi di neve, proprio al momento della partenza, fissata alle 15:30.
Non si può negare che nei punti più spettacolari e micidiali dell’anello gli appassionati fossero parecchi, ma nulla in confronto alle passate edizioni.
E non si può negare nemmeno che al passaggio dei piloti, il suono dei motori a due tempi, le urla del pubblico, quelle dei piloti in cerca di un gancio per essere trainati verso la cima della salita scaldassero l’animo e le membra.
Ma per i successivi sessanta minuti l’inverno tornava a farsi rispettare, più implacabile che mai.
Pochi o tanti i qualificati, la gara è andata avanti. Giro dopo i giro, i reduci della guerra mattutina hanno iniziato a cedere. Tra i caduti si leggono anche nomi illustri: su tutti quello di Graham Jarvis.
Il britannico, vincitore per quattro volte consecutive qui al Ciocco, ha dovuto alzare bandiera bianca ancor prima del calare delle tenebre. La sua Husqvarna ha imbarcato acqua, proprio nella meschina pozza di cui parlavo prima, e non ne ha voluto sapere di proseguire la scalata ai gironi infernali.
Pessima è stata anche la sorte di Alfredo Gomez, compagno di squadra di Jarvis. Il pilota spagnolo è stato protagonista di un grande avvio, si è portato subito in testa e ha guidato buona parte del primo giro, ma poi anche lui ha dovuto arrendersi alle insidie del percorso, che nella parte alta era completamente ricoperto da uno spesso mantello di neve.
Eroico è stato ancora una volta Diego Nicoletti. Unico italiano tra i top rider, assieme a Maurizio Lenzi, il vicentino del team Beta GTS ha dato prova di avere le palle e un carattere davvero di ferro.
Ha portato l’unica bandiera tricolore rimasta fino al traguardo del terzo giro, sui quattro in programma. Diego è giunto al paddock per la partenza dell’ultimo passaggio quando ormai era scesa la notte, ma è stato fermato dalla spietata regola che esclude i piloti che transitano ai checkpoint con oltre trenta minuti di ritardo dal leader. Il suo gap dal battistrada ammontava a 36′.

Con le defezioni di Jarvis e Gomez, ad approfittarne non avrebbe potuto essere che Jonny Walker. Il giovane mastino di Ktm Factory non si è lasciato sfuggire l’occasione e ha costruito il suo primo successo alla corsa toscana.
L’erede al trono di Jarvis ha avuto ragione su Hell’s Gate dopo poco meno di quattro ore di gara, passate tra gelo, fango e torrenti in piena.
Walker è giunto sulla sommità della Hell’s Peak in solitaria. Ha dato gas fino a metà salita, poi si è arreso alla fatica e si è fatto trainare in cima dall’immancabile ed essenziale compagnia della spinta.
Le sue prime parole dopo aver sfilato il casco sono state queste: “è stata la gara più dura della mia vita”.
Jonny, dopo tre edizioni consecutive concluse al secondo posto, è riuscito a spezzare l’incantesimo che gli precludeva il trionfo nell’ormai unica celeberrima gara estrema che mancava al suo palmares. Il nuovo trofeo potrà ora riposare assieme a quelli della Red Bull Hare Scramble dell’ErzbergRodeo e quello della Red Bull Romaniacs.
A causa della pioggia incessante, dopo l’arrivo di Walker il poco pubblico presente all’arrivo della corsa si è dileguato, ma all’appello mancavano ancora due superstiti che stavano lottando al buio, guidati e rinfrancati solo dal fascio di luce gettato sul percorso dai fari montati su casco e manubrio.

I loro nomi sono Mario Roman e Lars Enockl. Uno spagnolo ed un austriaco. Un novellino e un veterano di Hell’s Gate.
Roman ha tagliato il traguardo circa venti minuti dopo il vincitore. Anche lui è stato naturalmente issato dalla gru umana presente sull’inespugnabile salita. La scena del suo arrivo è stata di quelle che non si dimenticano facilmente.
Una Ktm 300 agganciata ad una fune, il suo pilota letteralmente avvinghiato al manubrio per sfruttare il traino, totalmente privo di forze, a stento cosciente della situazione.
Messi i piedi sull’asfalto, se Mario non ha versato lacrime di gioia poco ci è mancato. Per un debuttante, portare a termine una giornata così è qualcosa di incredibile.
Pochi minuti dopo anche l’ultimo combattente è stato tratto in salvo. Il nome di Lars Enockl non dirà niente alla maggior parte dei lettori, ma a chi ha sempre seguito Hell’s Gate non suonerà nuovo.
L’austriaco viene a correre al Ciocco già da parecchi anni, ma non era mai stato capace di un’impresa come questa.
Questo il podio finale: Jonny Walker, Mario Roman, Lars Enockl.
Eliminati, ma comunque durissimi, Andreas Lettenbichler e Diego Nicoletti, quarto e quinto, con un giro in meno rispetto ai primi tre.
Questa è stata Hell’s Gate 2015. Un vero massacro, sportivamente inteso, forse anche troppo cruento.
La macchina organizzativa, ne siamo certi, è già in movimento per comprendere i propri errori e per mettere in piedi quella che sarà l’edizione 2016, con l’obiettivo di mandare a casa tutti contenti, pubblico e piloti.


