Finire la Dakar con un 125 due tempi. Come Sylvain Espinasse si è preso un posto nella Storia.

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Tra dieci, venti o trent’anni parleremo di ciò che è successo alla Dakar 2016 con quel senso di mitizzazione che per questo genere di atti romantici ed eroici è più che legittima. Ma l’impresa è ancora fresca e noi, che per una volta abbiamo avuto la fortuna di esserne contemporanei, vogliamo consegnarla alla Storia già adesso.

Ci sono i grandi, quelli che vincono o che lottano per vincere, i Price, i Goncalves, i Meo e i Barreda. Ma ci sono anche quelli che fanno della Dakar una Questione d’Onore, quelli che non si giocano il podio e nemmeno la Top 10.

Quelli che hanno come unico obiettivo il vedere il traguardo di Rosario, dopo due settimane di polvere e sofferenza passate in compagnia della propria moto, e della propria moto soltanto.

Sono gli eroi che combattono nella classe Malle Moto, categoria riservata a chi corre senza assistenza e deve curare da solo il mezzo alla fine di ogni tappa. Si capisce che, con una simile incombenza sulle spalle, non si può correre con un mezzo sempre al top.

Non ci sono i meccanici specializzati a sistemare le rotture o ad affinare le regolazioni per il giorno successivo. Si corre così, stando attenti anche e soprattutto a risparmiare la moto per cercare di arrivare in fondo.

C’è Jurgen Van de Goorbergh, vincitore della categoria e vecchia conoscenza del Motomondiale, c’è il nostro Manuel Lucchese, terzo e migliore degli italiani. Tutti in sella alle potenti e affidabili 450, moto che non hanno paura delle dune né di salire fino a quote vertiginose sulla catena delle Ande.

Poi c’è Sylvain Espinasse, francese alla terza partecipazione al Rally Raid più duro e famoso al mondo. Ci aveva provato nel 2012 e nel 2014, andando a centro in entrambe le occasioni, chiuse rispettivamente al 91° e 71° posto assoluto, prima con una Sherco e in seguito con una KTM.

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Nel 2016 il nuovo tentativo con una Husqvarna. 125 Due Tempi. Un’impresa giudicata da quasi tutti impossibile, per molte ragioni. Su tutte la scarsa potenza del piccolo monocilindrico che, salendo di quota, si riduce ulteriormente e rende assai complicato superare ostacoli come le dune e i passi di montagna.

Eppure Sylvain ce l’ha fatta. Ha smentito tutti e ha portato la moto al traguardo contro ogni previsione. Qualche accorgimento, come ricavare un serbatoio per l’olio da miscela nel forcellone, ma soprattutto una perseveranza incredibile e due palle grosse così.

Ne ha vissute di tutti i colori nelle passate due settimane, compreso l’arrivare a fine tappa il mattino presto del giorno successivo, quando erano già cominciate le partenze dei primi piloti per la nuova prova.

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Neanche un momento per tirare il fiato, giusto il tempo per le cure necessarie alla moto a proseguire e via con altre centinaia e centinaia di chilometri. Van de Goorbergh, in corsa con la super prestazionale KTM 450 Rally Replica, ha affermato di aver dormito di media non più di tre o quattro ore per notte, figuriamoci come deve essere andata per il francese e la sua 125.

Sylvain racconta che è stata un’avventura durissima, e non stentiamo a credergli. Come previsto, ha percorso i tratti ad alta quota a velocità di poco superiori ai 30 km/h, ma la difficoltà più grande sono state le dune di sabbia. In tredici tappe ha dovuto sostituire per cinque volte il pistone, ma anche questo era parte del piano.

La forza di non mollare è arrivata anche da tutti quelli che si trovavano di giorno in giorno nel paddock. Espinasse è diventato una specie di mascotte, ha avuto il supporto incondizionato di tutti, e crediamo che anche questo abbia fatto la sua bella parte.

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